AUGUSTOOPPO 1939–2015
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Lettura critica

Archivio dei gesti: sei campi per il corpo e le cose

Sei riquadri accostano figure ocra a piani inclinati, telai e un grande recipiente. La griglia invita a confrontare gesti diversi, ma lascia aperta la relazione fra le scene.

ASO-0407, Denominazione catalografica dell’Archivio: Archivio dei gesti, Augusto Salvatore Oppo

Lettura critica

La scheda di Archivio dei gesti registra 38 × 27 centimetri, ma non un anno né una tecnica. Il titolo è una denominazione catalografica dell’Archivio, non una scritta documentata dell’artista. L’immagine è ripartita in due righe di tre campi. Nei primi cinque si distinguono figure umane rese con ocra pallido e contorni sottili, ciascuna in rapporto a una struttura diversa; nel sesto, in basso a destra, domina una grande forma ovale che può ricordare un recipiente, mentre una presenza eventuale al margine rimane frammentaria. La griglia non è soltanto un modo di collocare sei immagini. Permette di osservare in sequenza corpi che cambiano posizione e oggetti che modificano lo spazio disponibile per il movimento.

Nel riquadro superiore sinistro una figura vista di schiena si affianca a un piano chiaro inclinato, sostenuto da elementi angolari. Il braccio sembra arrivare verso quel piano, ma il punto di contatto non è netto. Nel riquadro centrale il corpo si allunga di lato, con un capo giallo e una mano rivolta verso linee rosse e nere disposte a diagonale. A destra una figura più pallida alza un braccio davanti a un grande quadrilatero inclinato; un piccolo volume angolare occupa il margine. Da un campo all’altro l’ocra dei corpi resta una costante, mentre posizione e direzione delle strutture mutano. Nessuna delle tre scene dà elementi sufficienti per identificare un mestiere o un attrezzo preciso.

La riga inferiore cambia il passo. A sinistra un corpo più massiccio si piega accanto a un riquadro interno, delineato come una cornice o un piano verticale. Al centro una figura raccolta, con testa rotonda e ginocchia visibili, sta sopra una superficie chiara che si allarga verso destra. Le linee del braccio e del corpo sono più rade rispetto al riquadro precedente, e l’azione sembra sospesa. Nell’ultima casella una grande forma aperta, ovale nella parte alta e più stretta alla base, occupa quasi tutto lo spazio. La sua presenza introduce un cambio di scala: l’oggetto diventa protagonista, mentre il corpo umano non è leggibile con la stessa chiarezza degli altri campi. La sequenza, quindi, non ripete sei volte un’identica formula figurativa.

Le divisioni della griglia sono abbastanza nette per scandire la lettura, ma non tanto rigide da cancellare le differenze del fondo. Bianco, crema, grigio e azzurro tenue passano da un campo all’altro; tracce rosate entrano soprattutto nei segni delle mani e nei contorni delle strutture. La figura color ocra ritorna come un motivo visivo, non come prova che sia sempre lo stesso personaggio. La superficie mostra tratti incisi o rilevati all’apparenza, alternati a zone più stese; la riproduzione non consente di identificare il procedimento materiale. Ciò che si può seguire è il ritmo: un corpo eretto, uno disteso, un altro inclinato, poi una pausa concentrata sull’oggetto.

Aspetti critici

La parola «archivio» del titolo catalografico suggerisce raccolta e confronto, ma non indica un archivio reale di disegni o un programma didattico attestato. Nell’immagine ogni riquadro presenta una variazione del rapporto fra corpo e struttura. La ripetizione della figura ocra invita a cercare un denominatore comune; le pose e le dimensioni degli oggetti impediscono però di ridurre tutto a un’unica azione. In alcuni campi il gesto sembra avviarsi, in altri il corpo pare fermarsi o ripiegarsi. La griglia conserva queste differenze senza ordinarle in una storia con inizio e fine. È più vicino a un insieme di possibilità che a una sequenza narrativa certa.

Il sesto campo è una prova di questa apertura. Se si pretendesse di trovarvi un corpo pienamente leggibile, si rischierebbe di forzare la fotografia. Si vede con chiarezza il grande profilo di una forma concava e alcune linee sul lato destro, ma il loro rapporto con una persona resta incerto. La casella finale sposta l’accento dall’azione all’oggetto. Dopo cinque scene in cui il corpo fornisce la scala, il recipiente apparente occupa il posto maggiore. Questa differenza non rompe l’insieme; amplia la domanda su che cosa costituisca un gesto. Anche le cose, per come sono disegnate e collocate, suggeriscono un possibile uso senza mostrarlo direttamente.

Il confronto con Teatro delle forme, del 1997, riguarda la suddivisione della superficie e la variazione dei segni da una casella all’altra. Là dodici riquadri ospitano forme nere più astratte, attraversate da rosa, giallo e azzurro; qui i sei campi sono chiari, con figure ocra e strutture ancora leggibili come piani o telai. In entrambi i casi la griglia fa vedere differenze all’interno di un ordine comune. Il salto di cromia, densità e soggetto evita però di chiamare i due lavori repliche dello stesso progetto. L’assenza di data per Archivio dei gesti impedisce inoltre di costruire una successione cronologica a partire dal confronto.

Il gesto della fatica offre un parallelo di soggetto più circoscritto. Una figura chinata si rapporta a un piano di lavoro, con le mani vicine a un grande volume rettangolare. La scena unica permette di sostare sul peso del corpo e sul possibile sforzo. Nei sei campi di Archivio dei gesti la relazione fra figura e oggetto viene invece distribuita: il corpo può alzare un braccio, inclinarsi, sedersi o lasciare quasi tutto lo spazio a una forma. Il confronto è formale e tematico; nessuna delle due schede registra un anno, quindi non prova una fase precedente o successiva. Mette a fuoco due modalità di osservazione del fare, l’una concentrata, l’altra comparativa.

Le linee oblique hanno un ruolo costante. Nel primo riquadro sostengono un piano, nel secondo sembrano incontrare le mani, nel terzo ruotano intorno a una figura. Nella parte bassa si fanno più rare e lasciano che le curve del corpo e del recipiente prevalgano. La pagina ha così una progressione visiva dal fitto al disteso, senza che le azioni debbano essere lette in un ordine temporale obbligatorio. Il bianco intermedio è altrettanto importante: separa le prove e consente di compararle. Se le scene fossero fuse in un solo ambiente, si perderebbe la differenza fra i gesti. La griglia è il dispositivo critico dell’opera, non soltanto una cornice.

La biografia di Augusto Oppo documenta una pratica che comprende attività artistica e insegnamento, ma non lega questa immagine a esercizi svolti con allievi o a un catalogo di movimenti. La scheda non indica data e tecnica; in basso a destra si distingue una firma abbreviata, senza un anno leggibile da usare come prova cronologica. Il titolo dell’Archivio funziona come guida editoriale, non come dichiarazione d’intenti dell’autore. Rispettare queste distinzioni permette di osservare la complessità dei riquadri senza attribuire loro una funzione esterna non attestata. Anche l’identità degli oggetti resta aperta nei punti in cui poche linee bastano a suggerire un piano ma non un utensile definito.

Valutazione

Archivio dei gesti riesce a dare varietà a una struttura elementare. Due righe e tre colonne bastano a ordinare l’immagine; i corpi ocra, i piani inclinati e il grande ovale finale impediscono che l’ordine diventi monotono. Il quadro si guarda per successioni e ritorni: il braccio alzato in alto a destra richiama quello disteso al centro, mentre le figure piegate in basso modificano la velocità della lettura. La scelta di toni chiari rende visibili anche i tratti minuti senza imporre un episodio principale. È una composizione che attribuisce a ciascun campo un peso proprio e fa nascere il significato dalle differenze fra i campi.

Il titolo catalografico è convincente se «archivio» viene inteso come modo di raccogliere varianti visive, non come prova dell’esistenza di schede preparatorie o di un’attività documentata. Il limite più netto è la lettura del riquadro finale: la forma concava è chiara, l’eventuale figura accanto no. Anche anno e tecnica restano non registrati. Nulla di ciò impedisce una valutazione formale solida. Il contrasto fra i primi campi animati da corpi e l’ultima immagine dominata da un oggetto è uno scarto intenzionale sul piano visivo, indipendentemente dal suo significato iconografico preciso. Tiene l’osservatore dentro la domanda su ciò che un gesto lascia vedere.

Nel corpus di Oppo, il confronto con la griglia più astratta di Teatro delle forme e con la figura singola del Gesto della fatica mostra il valore specifico di questa opera. Qui l’azione umana non è colta in un momento esemplare né dissolta del tutto in segni. È messa alla prova attraverso più spazi affiancati, ciascuno con un equilibrio diverso fra corpo, cosa e vuoto. La leggibilità relativa delle figure rende la sequenza accessibile; l’indeterminatezza degli oggetti e dell’ultima casella la mantiene aperta. Il risultato è una piccola grammatica visiva del movimento, costruita per confronto anziché per racconto lineare.