AUGUSTOOPPO 1939–2015
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Lettura critica

Ritmi concentrici: linee che piegano lo spazio nero

Sulla lastra di metallo, fasce chiare, rosa e rosse si curvano e si incrociano sopra il nero. La ripetizione crea volumi apparenti e un ritmo che cambia lungo l'asse centrale.

Opera ASO-0567, Ritmi concentrici, Augusto Salvatore Oppo

Lettura critica

La scheda di Ritmi concentrici registra 50 × 70 cm e una lastra di metallo dipinta con vernice acrilica. Il titolo è una denominazione catalografica dell'Archivio; l'anno non è documentato. Nella fotografia un fondo nero sostiene una fitta trama di fasce bianche, rosa e rosso violacee. Le linee non restano parallele come righe su un foglio: si curvano, si avvicinano e si separano, formando grandi pieghe che attraversano il formato verticale. Alcune fasce entrano dai bordi, altre si avvolgono intorno a zone più scure. Non compare un soggetto figurativo identificabile. L'opera fa del movimento dello sguardo il proprio tema, trasformando una superficie piana in un campo di profondità apparente.

Nella parte alta, una grande forma ovale si apre contro il nero. Sul lato destro le linee chiare salgono quasi verticali e curvano verso il margine superiore; al centro cambiano direzione e sembrano ripiegarsi in un imbuto scuro. A sinistra una trama rosata si avvicina alla forma principale senza coincidere con essa. L'occhio non riesce a seguire una sola fascia dall'inizio alla fine, perché le ripetizioni e le interruzioni lo costringono a cambiare percorso. Questa difficoltà non rende l'immagine confusa. Al contrario, dà la sensazione di un sistema ordinato che si modifica sotto la visione, come se il volume suggerito ruotasse leggermente mentre lo si guarda.

Nel centro le curve provenienti dai lati si incontrano e si sovrappongono visivamente. Le fasce rosa della sinistra attraversano la superficie in ampi archi; quelle bianche e rosse sulla destra rispondono con un ritmo più serrato. Fra i due movimenti resta una zona nera che si restringe e poi si riapre. Il nero non è soltanto fondo: diventa intervallo, taglio e talvolta un vero corridoio ottico. La profondità apparente dipende dalla variazione della distanza fra le linee e dal modo in cui un gruppo sembra passare davanti all'altro. Nulla indica un rilievo materiale vero e proprio nella fotografia; l'effetto di torsione nasce soprattutto dalla costruzione grafica del colore sulla lastra.

La parte inferiore sviluppa un secondo grande movimento. Fasce arcuate scendono dai margini e si raccolgono in una zona centrale più stretta; alcune sono bianche, altre rosa pallido o rossastre. L'alternanza non segue un modulo cromatico perfettamente regolare. Una linea può diventare più spessa, cambiare tono o interrompersi, lasciando al nero il compito di prolungarne idealmente il percorso. Questo rende la trama meno meccanica di quanto la ripetizione iniziale suggerisca. Il visitatore passa da archi larghi a curve sempre più fitte e avverte una sorta di compressione verso il centro. Il quadro sembra dilatarsi ai lati e raccogliersi sull'asse, senza stabilire un punto di fuga unico.

Il contrasto fra bianco e nero è netto, ma il rosa introduce una transizione indispensabile. Le fasce più chiare emergono con forza, mentre quelle rosate assumono un peso intermedio; i rossi più intensi si concentrano soprattutto in alcuni passaggi laterali. Se tutte le linee fossero bianche, l'immagine avrebbe una regolarità più fredda e rigida. La variazione cromatica produce invece accenti, pause e una diversa velocità di lettura. Si può guardare il quadro come un insieme di grandi ondulazioni o fermarsi sulle piccole differenze fra singole traiettorie. Il formato verticale rafforza l'impressione che le curve si accumulino una sull'altra, pur restando in realtà distribuite su una superficie bidimensionale.

La scheda documenta il supporto metallico e la vernice acrilica, ma non un processo esecutivo dettagliato o una data. È quindi corretto distinguere il dato materiale dall'effetto ottico: sappiamo su che cosa è dipinta l'opera, non possiamo descrivere con certezza ogni passaggio tecnico della stesura. Una piccola firma si distingue in basso a destra nella fotografia senza risolvere la cronologia. L'analisi resta ancorata a ciò che si vede: fondo nero continuo, fasce curve che cambiano spessore e colore, grandi volumi apparenti e zone di torsione lungo l'asse centrale. La qualità dell'opera nasce dalla tensione fra disciplina del sistema e libertà delle sue variazioni, fra ripetizione riconoscibile e movimento mai del tutto prevedibile.

Aspetti critici

Partitura obliqua, datata 1985, impiega anch'essa una ripetizione fitta di linee colorate. Là i tratti attraversano il formato in diagonale, con blu, verdi, gialli e rossi che formano una corrente quasi continua; la profondità dipende soprattutto dalla densità e dal variare dei toni. In Ritmi concentrici le fasce si piegano, si incontrano e generano volumi apparenti contro un fondo nero molto più stabile. Il confronto mette in luce due maniere di trasformare la ripetizione in energia. Una è direzionale, come una pioggia inclinata; l'altra è curvilinea e avvolgente. La data del 1985 appartiene alla Partitura e non permette di collocare cronologicamente la lastra senza anno.

In Teatro della visione un grande disco rosso costruito per anelli crea anch'esso una profondità ottica. Ma il cerchio è isolato entro una struttura più ampia, con piani chiari, blu e piccoli segni figurativi; lo sguardo è invitato a convergere verso un centro preciso. Ritmi concentrici rinuncia a quel bersaglio unico. Le sue curve entrano ed escono dai bordi e aprono più centri provvisori, soprattutto dove le fasce sembrano torcersi. Il rosso del Teatro è una massa compatta, mentre qui rosa e rosso agiscono come linee alternate al bianco. L'accostamento è pertinente per la costruzione della profondità apparente, ma rende evidente una diversa distribuzione dell'attenzione: concentrazione in un disco da un lato, circolazione continua dall'altro.

Cnntam, del 1985, associa un campo nero a ripetizioni lineari chiare e a grandi segni rossi. Il rettangolo di tratti fitti sulla sinistra produce un ritmo serrato, mentre le forme rosse sulla destra introducono la dimensione della scrittura. In Ritmi concentrici non c'è parola: il segno si espande fino a occupare l'intero quadro e a costruire onde di profondità. Il confronto riguarda la forza grafica del bianco, del rosa rosso e del nero, non una stessa tecnica o funzione. La scheda della lastra documenta metallo e acrilico; quella dell'altra opera non giustifica un'equivalenza materiale. È la diversa organizzazione del ritmo a rendere l'accostamento utile.

Queste relazioni nel corpus mostrano che la ripetizione può condurre a esiti molto differenti. Linee oblique possono creare una corrente cromatica; anelli possono attrarre lo sguardo verso un centro; righe accostate a lettere possono dividere la superficie fra trama e linguaggio. La lastra qui esaminata sceglie di far lavorare tutta la superficie come un sistema curvo continuo. Non offre un soggetto da decifrare o un messaggio scritto. Chiede al visitatore di verificare come piccole differenze di spessore, distanza e colore facciano cambiare l'apparente posizione delle forme. La precisione è evidente, ma non cancella l'irregolarità dei passaggi. Proprio questa irregolarità mantiene il ritmo vivo e impedisce che l'immagine diventi un mero esercizio geometrico.

Valutazione

Ritmi concentrici convince perché usa un vocabolario visivo ridotto per produrre un'esperienza complessa. Nero, bianco e pochi gradi di rosa e rosso bastano a far oscillare la superficie fra piano e volume apparente. Le linee sono abbastanza vicine da creare continuità, ma non tanto uniformi da perdere identità. Dove si torcono, lo sguardo rallenta; dove scorrono larghe verso i lati, accelera. Il quadro costruisce quindi un tempo di osservazione, non soltanto un effetto immediato. Da lontano appaiono grandi onde; da vicino si scoprono scarti, interruzioni e piccoli slittamenti che spiegano come quelle onde siano state generate.

Il fondo nero ha un'importanza decisiva. Senza di esso le fasce chiare e rosate perderebbero parte della loro forza; con esso, ogni intervallo diventa attivo. Il nero non riempie soltanto ciò che resta fra una riga e l'altra: definisce cavità, separa traiettorie e fa apparire alcune curve davanti ad altre. La lastra di metallo documentata dalla scheda dà alla pittura un supporto concreto, ma l'impressione di tridimensionalità nasce dal disegno, non va confusa automaticamente con un rilievo della materia. Questa distinzione rende più preciso il giudizio. Oppo non mostra un oggetto volumetrico; costruisce la percezione del volume attraverso rapporti fra linee su una superficie.

Rispetto alla corrente diagonale della Partitura obliqua, al disco concentrico del Teatro della visione e al rettangolo rigato di Cnntam, questa opera sceglie un ritmo che non si lascia chiudere in un centro o in una direzione unica. Le curve proseguono oltre i bordi, si avvolgono in alto e si stringono in basso. La lettura può iniziare da più punti e ogni percorso trova nuove sovrapposizioni. È una qualità adatta al formato verticale di 50 × 70 cm: il visitatore può seguire la composizione con il corpo, salendo e scendendo lungo l'asse, mentre i lati sembrano dilatarsi. La superficie resta unitaria proprio perché le differenze locali appartengono a un sistema visivo coerente.

La scheda consente di indicare supporto, vernice acrilica e misure; lascia aperta la data e registra il titolo come denominazione catalografica. Su questi dati, la valutazione può essere chiara: Ritmi concentrici trasforma la ripetizione in movimento percepito senza affidarsi a un'illusione meccanica perfetta. Le curve cambiano tono e spessore, il nero respira fra loro, e il quadro continua a oscillare fra stabilità del supporto e dinamismo dello sguardo. Nel corpus di Augusto Oppo è una testimonianza efficace della capacità di passare dalla materia concreta alla costruzione ottica. La sua forza sta nel far sentire, con pochi colori e molte traiettorie, uno spazio che sembra piegarsi davanti a chi osserva.